Interviste

Fernando Zamudio

La etnobiologia, indagare le relazioni tra cultura umana e natura

Fernando Zamudio è un etnobiologo che studia le api sprovviste di pungiglione tipiche di Misiones e le tradizioni che ad esse sono collegate.
L’etnobiologia, infatti, si occupa della biologia dal punto di vista delle culture che, soprattutto nelle regioni rurali, sono ricche di riferimenti alle piante  e agli animali autoctoni.

Ma che fa di preciso Zamu? Vieni a scoprirlo assieme a noi!


Ciao Zamu, quando hai iniziato a lavorare a Iguazù?

Sono arrivato a Iguazù nel 2006, ma ho iniziato il mio dottorato nel 2007. L’argomento che studio è la relazione che hanno stabilito nel corso degli anni le culture locali con un gruppo di api particolari, che non possiedono un vero pungiglione. Queste api producono un miele prelibato e si trovano in tutte le aree tropicali e subtropicali del mondo, in particolare in Sud America sono presenti molte specie differenti.
L’idea è quella di lavorare con le popolazioni rurali dei campi nel nord di Misiones e allo stesso tempo dentro il Parco, dove ci aspettiamo di trovare un maggior numero di specie protette dalla foresta ancora intatta.
Inoltre partecipo ad un progetto in altre regioni che ha come scopo studiare le coltivazioni delle Ande sempre da un punto di vista etnobiologico.

Cos’è esattamente la etnobiologia?

La etnobiologia è un ramo della scienza che nasce dalla interazione tra l’antropologia e la biologia.
Gli etnobiologi sono interessati alle conoscenze, alle credenze e al punto di vista della gente comune sulla natura. Per esempio si studia come la gente chiama o utilizza le piante e gli animali del posto, o si analizzano le leggende popolari ricercando dettagli che possano essere di interesse biologico o culturale.
A Iguazù questo tema è ancora più interessante, dato che qui si incontrano molte culture differenti: quella Argentina, quella degli indios Guaranì, e quella dei paesi confinanti, il Paraguay e il Brasile.
A queste si uniscono l’influenza degli immigranti europei - tedeschi, russi - che arrivarono tra ‘800 e ‘900.

Avendo lavorato con la popolazione locale, ti sembra che le loro conoscenze siano meglio di quelle accademiche?

Studiando questa disciplina ti rendi conto che la “saggezza popolare” non è ne’ peggiore ne’ migliore della scienza ufficiale. Sono complementari: parlare con la gente ti permette di vedere la natura da un altro punta di vista, arricchendo e non sostituendo le nozioni scientifiche.
Molte di queste conoscenze sono trasmesse di generazione in generazione, soprattutto nelle comunità indigene, e si sono formate durante molti anni, a differenza del sapere scientifico che generalmente si basa su studi molto precisi ma concentrati in poco tempo, spesso per mancanza di finanziamenti. Questo fatto è indispensabile per avere una visione complessiva di fenomeni che succedono raramente o che al contrario richiederebbero lunghi periodi di osservazione. Inoltre la gente del posto e in generale i contadini, sono soliti conoscere luoghi poco accessibili o particolari che noi ricercatori, venendo da fuori, ignoriamo e sono spesso buoni osservatori.

 
Quali pensi che siano l’utilità e le possibili applicazioni di questi studi?

Da un lato c’è un vantaggio pratica per i ricercatori. Per esempio nella raccolta di esemplari realizzata nel Parco ho catturato molte specie di api, ma non mi è stato possibile trovare tanti alveari, in quanto sono difficili da vedere o raggiungere nel fitto della foresta. In cambio parlando con la gente e visitando i loro terreni, sono riuscito in poco tempo a realizzare una discreta collezione di api, la maggior parte catturate proprio dai loro alveari, ottenendo così importanti informazioni sulle loro abitudini e comportamento.
Dall’altro alto c’è una utilità sociale: effettivamente fissare e analizzare i nomi e le leggende locali, permette di far perdurare le tradizione nel tempo, restituendo questa conoscenza alle scuole che, a volte, non hanno molte informazioni sulla flora e fauna locale. Ci sono molti racconti e storie sulle api senza pungiglione ed è importante conservarli al pari degli animali stessi.


Fernando Zamudio ci ha anche svelato che...

...Le api senza pungiglione avevano un ruolo importante nelle culture precolombiane perché erano l’unica fonte di miele, usato come medicina e alimento, prima dell’arrivo dell’ape comune (Apis mellifera) portata dagli Europei.

...Queste api sono molto variate: per esempio quelle del genere Lestrimelitta non raccolgono il nettare dai fiori come le altre specie, ma piuttosto “rubano” nelle riserve degli alveari di altre api.

...Benché sprovviste di pungiglione, molte di queste specie sanno difendersi: le cosiddette api “cagafuego” (Oxitrigona sp.) producono acido formico e hanno potenti mandibole, è facile capire perché i contadini evitino di disturbarle!

...Altre specie utilizzano una resina con cui fanno palline appiccicose con cui invischiano i nemici come le formiche o altri insetti.

    

Scritto da Riccardo Tiddi | Articolo postato il 15-05-2010

    

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